Libertà di stampa: l'Italia al 56° posto, il silenzio che la accompagna
La crisi di fiducia nei media non nasce da internet, ma dalla perdita di indipendenza
Nel World Press Freedom Index 2026 di Reporters sans frontières l'Italia occupa il 56° posto su 180 Paesi. Era 41ª nel 2023, 46ª nel 2024, 49ª nel 2025. In tre anni il punteggio è sceso da 72 a 65 su 100, e oggi il nostro Paese si colloca tra gli ultimi sei dell'Unione europea.
Come ogni anno, il dato ha occupato il dibattito per pochi giorni, quasi sempre in chiave di schieramento. È rimasta in secondo piano la domanda più importante: perché una parte così ampia dei cittadini non si fida più dell'informazione?
Come ogni anno, il dato ha occupato il dibattito per pochi giorni, quasi sempre in chiave di schieramento. È rimasta in secondo piano la domanda più importante: perché una parte così ampia dei cittadini non si fida più dell'informazione?
Una spiegazione comoda
La risposta più frequente, nei talk show e negli editoriali, indica cause esterne: i social network, gli algoritmi, la disinformazione online, ora anche l'intelligenza artificiale. Il pubblico si sarebbe allontanato dall'informazione professionale perché attratto da fonti meno affidabili.
È una spiegazione comoda, perché non chiama in causa chi fa informazione. Ma i dati non la confermano.
Secondo il Digital News Report 2026 del Reuters Institute, in Italia si fida delle notizie il 32% delle persone. La fiducia nelle notizie trovate sui social è però molto più bassa, al 15%, e quella nelle risposte dei chatbot di intelligenza artificiale si ferma al 16%. Il pubblico non ha spostato la propria fiducia sul web: l'ha ritirata un po' ovunque.
Lo stesso rapporto offre un'indicazione più utile: il 69% degli italiani ritiene che la politica eserciti un'influenza forte o significativa sull'informazione. È qui il nodo.
La funzione smarrita
Il compito dell'informazione è verificare i fatti, renderli comprensibili e permettere ai cittadini di giudicare da sé. Quando questo compito viene subordinato ad altri interessi, l'informazione continua a esistere, ma perde la ragione che la rende credibile.
In Italia alcuni fattori spiegano questo slittamento.
Il servizio pubblico e la politica. Dalla riforma del 1975 la Rai è stata a lungo organizzata secondo una logica di ripartizione tra i partiti. La riforma del 2015 ha rafforzato il peso del governo. Oggi la Rai è da quasi due anni senza un presidente pienamente operativo, mentre il Regolamento europeo sulla libertà dei media chiede dall'agosto 2025 una governance indipendente.
La Rai è da sempre il megafono della politica, e in particolare di chi governa. In un Paese civile il servizio pubblico dovrebbe svolgere l'opposto: una funzione di critica e di controllo del potere, pagata dai cittadini proprio per questo.
La proprietà dei giornali. Molte testate appartengono a gruppi industriali e finanziari che hanno i propri interessi principali in altri settori. In questi casi il giornale rischia di diventare uno strumento di influenza più che un'impresa editoriale. Non a caso, tra gli indicatori di Reporters sans frontières, il più debole per l'Italia è quello economico: 48,72 su 100.
La proprietà dei giornali. Molte testate appartengono a gruppi industriali e finanziari che hanno i propri interessi principali in altri settori. In questi casi il giornale rischia di diventare uno strumento di influenza più che un'impresa editoriale. Non a caso, tra gli indicatori di Reporters sans frontières, il più debole per l'Italia è quello economico: 48,72 su 100.
Il sostegno pubblico come vincolo
Esistono testate con una diffusione minima, o grandi ma dai numeri gonfiati che pochi leggono e che consumano carta e risorse per riprodurre le tesi dei politici di riferimento.
Sono spesso gli stessi che ne hanno favorito la nascita e i contributi pubblici che le tengono in vita.
È una logica di clientela che, nella sua struttura, ricorda quella del padrinato: il favore crea il debito, il debito crea la fedeltà. Con un'aggravante. Lì almeno l'obbedienza nasce spesso dalla necessità di sopravvivere. Qui non c'è né un bisogno da giustificare, né un merito da rivendicare:
solo un privilegio da conservare.
La scelta dei vertici. Quando i ruoli chiave vengono assegnati per affinità politica più che per competenza, prevale la gestione dell'informazione sulla sua ricerca. Si premia la prudenza, non la domanda scomoda.
Il modo di raccontare. Gran parte dell'informazione politica si riduce a riportare dichiarazioni, riprendere comunicati e mettere in scena lo scontro tra schieramenti, con poca verifica dei fatti. Così, a destra come a sinistra, l'informazione tende a confondersi con la propaganda di parte.
I cittadini non sempre sanno descrivere questi meccanismi, ma ne avvertono gli effetti. La sfiducia nasce da qui.
La scelta dei vertici. Quando i ruoli chiave vengono assegnati per affinità politica più che per competenza, prevale la gestione dell'informazione sulla sua ricerca. Si premia la prudenza, non la domanda scomoda.
Il modo di raccontare. Gran parte dell'informazione politica si riduce a riportare dichiarazioni, riprendere comunicati e mettere in scena lo scontro tra schieramenti, con poca verifica dei fatti. Così, a destra come a sinistra, l'informazione tende a confondersi con la propaganda di parte.
I cittadini non sempre sanno descrivere questi meccanismi, ma ne avvertono gli effetti. La sfiducia nasce da qui.
La fiducia segue l'indipendenza
Il rapporto Reuters contiene un dato che conferma questa lettura. A fronte di una fiducia generale del 32%, alcune testate ottengono valori molto più alti: l'ANSA raggiunge il 74%, Il Sole 24 Ore il 64%.
Il pubblico, quindi, sa distinguere. Si fida delle fonti percepite come fattuali e meno coinvolte nel confronto politico, e diffida di quelle identificate con una parte. La fiducia non dipende dal mezzo, ma dall'indipendenza percepita.
Chi non la trova si allontana: in Italia il 36% delle persone dichiara di evitare spesso o a volte le notizie.
Il caso Ranucci
Nell'ottobre 2025 un ordigno è esploso davanti all'abitazione di Sigfrido Ranucci, ex conduttore di Report. Per mesi l'episodio è stato raccontato come un'intimidazione al giornalismo d'inchiesta.
Nell'agosto 2026 la Procura di Roma ha arrestato come mandante Valter Lavitola, faccendiere ed ex editore già coinvolto in diverse vicende giudiziarie, legato al giornalista da un rapporto di amicizia. Lavitola ha ammesso di aver ordinato l'attentato, sostenendo di averlo fatto per proteggere Ranucci da un pericolo più grave, che attribuisce a servizi segreti anche stranieri. Gli inquirenti ipotizzano invece che l'obiettivo fosse accrescere la popolarità del giornalista in vista di una candidatura politica.
L'inchiesta farà il suo corso. Ma il caso mostra già una cosa: per mesi il sistema dell'informazione ha amplificato una narrazione senza verificarla, e quando la ricostruzione giudiziaria ha cominciato a emergere ha preferito il silenzio o la polemica all'analisi. È questa fragilità, più di qualsiasi algoritmo, a erodere la fiducia dei cittadini.
Querele e silenzi
Le altre criticità indicate da Reporters sans frontières riguardano le condizioni di chi fa giornalismo di verifica.
Le querele temerarie, azioni legali usate per intimidire chi scrive, sono in Italia più diffuse che in qualsiasi altro Paese europeo. La direttiva europea del 2024 è stata recepita solo per le cause transfrontaliere, lasciando scoperti oltre il 90% dei casi, quelli interni.
Il decreto legislativo del dicembre 2024, la cosiddetta legge bavaglio, vieta di pubblicare le ordinanze di custodia cautelare fino alla fine delle indagini preliminari. La finalità dichiarata è tutelare la riservatezza e la presunzione di innocenza. L'effetto è che i cittadini sanno meno, e più tardi, anche di vicende che riguardano l'esercizio del potere.
A questo si aggiungono le minacce della criminalità organizzata e dei gruppi estremisti. Il Media Freedom Rapid Response ha documentato 118 violazioni della libertà di stampa in Italia nel 2025.
I limiti dell'indice
La classifica di Reporters sans frontières ha limiti noti: una parte della valutazione si basa su questionari a esperti, e la posizione di ogni Paese dipende anche dalle variazioni degli altri. Va letta con cautela.
Il declino italiano, però, è confermato sia dalla posizione sia dal punteggio, dura da tre anni ed è coerente con quanto rilevato da altre fonti indipendenti, come il Reuters Institute e il Media Freedom Rapid Response.
Conclusione
Attribuire la crisi di fiducia a internet e all'intelligenza artificiale significa cercare fuori una causa che è in gran parte dentro il sistema dell'informazione. I dati dicono che i cittadini non hanno scelto fonti alternative: hanno preso le distanze da un'informazione che percepiscono come dipendente.
Nell'allegoria della caverna, Platone descrive prigionieri che scambiano per realtà le ombre sulla parete. Il compito dell'informazione dovrebbe essere mostrare ciò che produce quelle ombre. Quando invece si limita a moltiplicarle, la sfiducia del pubblico non è smarrimento: è discernimento.
Ricostruire la credibilità non richiede nuove tecnologie. Richiede di tornare alla funzione originaria: verificare, approfondire e rendere conto ai cittadini, non a chi controlla le testate.
Giacomo Gallo
